Da ieri Washington è come se avesse due principi, e un solo bilancio. Il guaio è questo. Gli elettori hanno affidato nel 2024 a Trump tutto il potere e poi, a metà mandato, lo hanno ridimensionato: il Senato va ai democratici con almeno 54 seggi, la Camera alla maggioranza democratica più ampia da vent’anni, e la Casa Bianca resta al presidente meno amato in un giorno di voto da due decenni (NBC). La campagna l’hanno decisa i prezzi, la corruzione, l’Ice e la guerra in Iran.
La prima vittima dello scontro tra i due principi sarà il bilancio, cui toccherà la paralisi fiscale.
Il primo appuntamento è già fissato. I fondi disponibili si esauriscono l’11 dicembre, in base alla legge H.R. 6500 firmata il 2 settembre (90 sì e 6 no al Senato, 370 sì e 48 no alla Camera). Delle dodici leggi di spesa per il 2027 nessuna è ancora approvata. Fino al 3 gennaio restano in carica le maggioranze repubblicane battute alle urne. Il blackout di 43 giorni dell’anno scorso, il più lungo della storia, ha insegnato poco: la paralisi rischia di diventare un’istituzione.
L’aritmetica, intanto, lavora sottotraccia. Il deficit 2026 sarà di 1.900 miliardi, il 5,8% del Pil (CBO, febbraio 2026). Gli interessi sul debito, 1.039 miliardi, superano ormai l’intero bilancio della difesa (885). Il debito pubblico è al 101% del Pil e si dirige verso il 120% del 2036, oltre il record del 1946. I dazi, vanto della Casa Bianca, fruttano 418 miliardi, meno della metà di quanto costa servire il debito già contratto. E oltre 130 vanno restituiti alle imprese che hanno fatto causa, vincendola.
Poi c’è il tetto del debito. La legge fiscale di Trump del luglio 2025 lo ha alzato di 5.000 miliardi, portandolo a 41.100. Il Tesoro lo toccherà tra la fine dell’inverno e la metà dell’estate 2027 (Bipartisan Policy Center).
Con due Camere democratiche la riconciliazione non basta più: servono 60 voti al Senato, e la firma resta repubblicana.
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Trump dice di volere l’abolizione del tetto, ma potrebbe essere fuori tempo massimo. Il deputato Brendan Boyle condiziona il suo voto a una riforma permanente. Il prezzo democratico è cancellare i tagli a Medicaid e ai buoni alimentari, con più tasse sui redditi alti. Il prezzo presidenziale è il veto. I veti si incrociano e le soluzioni non arriveranno. Suonerà la campanella che lascerà di nuovo a casa i dipendenti.
Nel frattempo, gli interessi continueranno a salire. Non c’è scampo perché vale il debito pregresso e ce n’è assai.
Nel 1995 il presidente democratico Bill Clinton e il repubblicano Newt Gingrich, allora presidente della Camera dei rappresentanti, si scontrarono sul bilancio federale, provocando due shutdown delle attività del governo. Negli anni successivi arrivarono i declassamenti del debito statunitense: di S&P nel 2011, di Fitch nel 2023 e di Moody’s nel 2025. Ogni braccio di ferro costa qualche decimo di rendimento in più sul decennale, e il decennale è la base del tasso dei mutui delle famiglie. I prossimi due anni, in cui nessuna maggioranza può alzare le tasse o tagliare la spesa, significano che il bilancio viaggerà a rate, mentre le richieste di finanziamento per la guerra si scontreranno con i vincoli di bilancio. Non c’è più un dollaro.
Il Super-Pentagono da 1.500 miliardi resterà sulla carta. Per il 2027 Trump aveva chiesto 1.500 miliardi, il 44% in più dell’anno precedente: 1.150 nel bilancio ordinario e 350 da approvare con la riconciliazione, che al Senato richiede la maggioranza semplice.
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Il progetto zoppicava già prima del voto. La risoluzione della Camera prevedeva appena 60 miliardi in più per la difesa, 290 in meno di quanto chiesto (Air & Space Forces Magazine). Secondo Politico, il Pentagono lavora a un bilancio più basso di circa 400 miliardi. Senza i 350 miliardi della riconciliazione si ridimensionano i programmi che ne dipendono, dalla difesa missilistica alle munizioni e ai droni; il riferimento diventa un bilancio ordinario intorno ai 1.100 miliardi (CSIS; Politico; NOTUS). L’impatto pratico è che senza ricostituire i magazzini non si possono fare altre guerre, salvo restare indifesi subito dopo.
Anche la Space Force (amata da Musk) rischia il taglio. L’aumento a 71 miliardi, il più forte mai proposto per questo ramo delle forze armate (Defense One), è destinato a una revisione severa. Qualche spesa passerà, con più controlli e soprattutto dove le due parti concordano, come l’allerta missilistica e l’uso dei satelliti commerciali. Sul fronte iraniano, la stampa parla di somme tra 78 e 200 miliardi, e la richiesta potrebbe entrare nella trattativa inevitabile con i democratici (Newsweek), ansiosi di mettersi la medaglia di aver fermato una guerra trumpiana.
Lo sbocco più probabile del negoziato è una proroga, forse con qualche legge di spesa approvata a parte. Un accordo complessivo prima di Natale è possibile solo se la difesa si fermerà intorno ai 1.100 miliardi e i democratici otterranno qualcosa sui sussidi sanitari. La chiusura degli uffici federali è un’ipotesi concreta e sta sotto l’albero.
Sul fronte dei mercati lo stallo ha un lato rassicurante, perché un Congresso bloccato rallenta i grandi pacchetti di spesa e di sgravi. Ma il sollievo è parziale. Lo stallo lascia intatto il disavanzo già scritto nelle leggi, a cui la legge del 2025 ha aggiunto 3.700 miliardi di disavanzi primari nel decennio (CBO). Per stabilizzare il debito servirebbe invece una correzione fiscale di circa due punti e mezzo di Pil, oltre 700 miliardi l’anno (CRFB). Un obiettivo del genere è fuori dalla portata di un Congresso diviso dalla presidenza. Uno stallo che richiama, per alcuni aspetti, la crisi francese.
Il confronto con l’Europa nel suo complesso è interessante. Il Patto di stabilità del 1997, il Fiscal Compact del 2012 e le regole del 2024 impongono ai governi europei un vincolo che sta sopra ciascuno di loro. Così i bilanci dei quattro maggiori Paesi europei sono più virtuosi, come media, del bilancio federale USA. Non adesso, dal 2006. Gli Stati Uniti non hanno una regola di bilancio federale: l’ultima risale agli anni Novanta, e il tetto del debito, alzato o sospeso 78 volte dal 1960, è l’unico limite scritto, superato di volta in volta da politici che se lo dimenticano appena scavalcato.
I prossimi due anni? Spesa pazza frenata. Nessun aggiustamento strutturale dei conti. Titoli di Stato con un premio di rischio. I due principi non aggiustano un solo bilancio. Al massimo lo prorogano o lo ingessano.
*Giuseppe Russo è direttore del Centro Einaudi.

